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Nella quiete della sera, sotto un cielo disseminato di stelle più luminose che mai, siedo al riparo del lungo porticato del dormitorio. A pochi metri di distanza da me tutto tace nella baraccopoli di Kwery, questo ammasso di lamiere e di vite che si intrecciano e trovano pace solo al tramonto. Sono sereno ma non solo: sono felice! Non solo di esser qui ma soprattutto di esserci arrivato attraverso cieli spesso tempestosi e lungo strade con qualche incidente. Non è facile trovare un momento di pace per pensare ma, anche in mezzo a questa maratona di parole, gesti e immagini, ricevo le risonanze del discorso di un uomo che inconsapevolmente descrive questi giorni targati “Kenya”. Lo stesso uomo che poco meno di due mesi fa, queste terre le ha respirate manifestando con il candore della sua veste una presenza significativa.
Penso al piccolo Hope che, con un sorriso sfacciato, risponde alla vita che lo sta già mettendo duramente alla prova. Lui che trovo appeso a due metri da terra tra i pochi alberi che costeggiano il putrido ruscello della baraccopoli di Bangladesh. Lui che vorrebbe che salissi a fargli compagnia ma che non si rende conto che il peso del muzungu farebbe schiantare l’alberello catapultandolo nel fangoso acquitrino. Lui che pesa poco più di un bimbo di due anni ma ne ha il triplo. Lui che viene sorvegliato dalla sorellina Beverly di due anni più grande, mentre cammina scalzo nell’olezzo nauseabondo, tra le lamiere arrugginite, mal composte e fissate con grossi chiodi. Lui che incontra il mio sguardo e mi trasforma fin da subito. La sua mamma è in un dispensario da diversi giorni, forse questo maledetto cancro chiamato HIV non le lascerà scampo questa volta. Beverly la sorellina, se lo carica in spalla e lo sorveglia anche mentre si lancia tra le mie braccia e dopo avermi abbracciato stretto stretto, con le sue piccole manine, mi indica di fare lo stesso. 12469881_10207938270118096_35754134_oCome tirarsi indietro, nonostante il muco invada il suo naso, la congiuntivite regni nei suoi occhietti e i suoi vestiti siano cenci mal ridotti mentre il padre, evidentemente alterato da alcol e forse anche da qualche sostanza schifosamente destabilizzante, se ne sta steso sulla terra rossa e sconnessa dello slum, con un paio di jeans sudici, troppo larghi per il suo fisico consumato dal virus che ha trasmesso al figlioletto… Un uomo giovane che piange e cerca un contatto nel volermi affidare il figlio perché “con te starà meglio”, inconsapevole di essere già “il meglio” per i suoi bimbi a lordo di alcol e droghe. Come faccio a parlare di felicità a Hope? Come faccio a ricordargli l’importanza dell’esser felici? Inutile chiederlo, lo fa lui! Basta la tenerezza condivisa, la meraviglia di un abbraccio stretto e buono, perché tutti hanno bisogno di un abbraccio, nessuno è troppo grande per riceverne o darne uno, perché gli abbracci sono un posto perfetto per abitare. Lo fa lui con la strepitosa potenza di una carezza sul mio viso, con la curiosa ricerca di un pelo bianco della barba (peraltro non così complicata ahimè!).
Hope mette in pratica le parole di Papa Francesco che ho ricevuto come augurio per il nuovo anno. Mi dice che “essere felici” non è solo apprezzare il sorriso ma anche riflettere sulla tristezza. Mi ricorda che “esser felici” non è solo celebrare i successi ma apprendere lezioni dai fallimenti. E poi “esser felici” è riconoscere che vale la pena vivere nonostante tutte le incomprensioni e questi periodi difficili. Hope non ha paura dei suoi sentimenti, lascia vivere la creatura che vive in lui: libera, gioiosa e semplice. Piange se con un bastoncino mi ferisce giocando… piange perché dalle mie braccia passa sulla terra sconnessa dello slum per una sorta di punizione poco significativa. Ma è felice perché sembra dire “Mi sono sbagliato” quando accarezza le mie gambe nella spasmodica ricerca di un mio sguardo, ha il coraggio di ascoltare un “No” e di dire un “Sorry”. Hope ha la sensibilità per esprimere un “Ho bisogno di te, adesso, in questo preciso momento”. Hope, nella primavera della sua vita, ama la gioia e mi fa intuire che, negli inverni della sua stessa vita, sarà certamente amico della saggezza e magari quando sbaglierà strada, inizierà tutto daccapo, vincendo con le “certezze” e con “sicurezza” sul palcoscenico delle sue paure. 12465130_10207938274158197_497564519_oHope recupera teneramente la posizione tra le mie braccia, aggiunge teneri bacetti sulla mia barba ispida e mi fa capire di essere in un giardino di opportunità per essere felice, facendomi anche intuire che la mia vita non è certamente perfetta ma posso usare la lacrime per irrigare la tolleranza, le perdite per affinare la pazienza, gli errori per scolpire la serenità e gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza. Io e Hope, con due storie diverse, a decine di migliaia di chilometri di distanza, non rinunceremo alla nostra felicità, poiché la vita è, e sarà sempre, uno spettacolo incredibile. Torno al suo abbraccio virtuale nell’attesa del domani in cui lo cercherò ancora perché nell’abbraccio ciò che è stato spigolo o groviglio diventa di nuovo, meravigliosamente, cerchio perfetto. Teneramente Hope!

Guido

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