Skip to main content

Dopo una giornata passata al lago di Nevasha, siamo finalmente tornati alla routine quotidiana e alle 8:30 con i miei compagni di servizio siamo saliti sul caratteristico pulmino giallo delle sister pronti per una mattinata allo slum di Bangladesh carichi di teloni, palloni e corde per saltare. Arrivati siamo stati accolti dal caloroso benvenuto dei bambini che sono accorsi verso di noi pronti a passare più tempo possibile con i loro nuovi amici Italiani. Con vari bambini in braccio, abbiamo salutato le poche persone sveglie e ci siamo diretti tutti insieme all’asilo e abbiamo iniziato l’attività. Siamo riusciti a passare una splendida mattinata spiegando e facendo i giochi che avevamo preparato la sera prima ai bambini, che con la vivacità più intensa, ci hanno seguito, cercando di capire quali stranezze volessero fargli fare quel giorno i muzungu (uomo bianco). Dopo attività alcune andate bene e altre meno siamo tornati a pranzo al compound e preso il materiale per il pomeriggio siamo tornati allo slum. Per la seconda parte del servizio abbiamo pensato che si potesse provare con i bambini un piccolo laboratorio artistico, facendoli dipingere dei ventagli che avrebbero poi portato alle proprie baracche, in seguito a fine servizio eravamo tutti nel cortile per un free time caratterizzato da salto della corda, salto sulle nostre spalle, ormai affaticate, e con la solita partita di calcio affollata e confusa, dove i muzungu e i ragazzi, tra la polvere e i sassi, provano a mantenere una certa chiarezza calcistica che però sarà persa immediatamente dalla foga di tutti.
Ormai presa una certa amicizia con le persone del luogo, sono riuscito a notare come quei ragazzi, cresciuti in quelle difficoltà, abbiamo creato una piccola “comunità” tra di loro caratterizzata da piccoli gesti. Infatti la mattina ho potuto notare come un bambino da noi soprannominato “bombolo” per via delle sue guance enormi, entrato nel cortile dell’asilo con due pezzi di pane stretti amorosamente tra le sue piccole mani, ha distribuito dei pezzi ai suoi amici che affamati glielo chiedevano. Per non parlare delle volte in cui tra loro ci sono state zuffe e scontri seguite più volte da scuse e abbracci.
Sicuramente il gesto più assurdo e inconcepibile del giorno è stato un ragazzo, Jackson, che ad una volontaria, Livia, ha restituito 1000 scellini (10 euro), per quelle persone equivalenti ad una somma veramente alta, che le erano caduti dallo zaino. Atti del genere fanno riflettere veramente sulla nostra società e su come anche bambini degli slum, che quando arrivano delle persone bianche li figurano come euro che camminano, possano stringere delle amicizie genuine, semplicemente fondate da una fiducia e la consapevolezza che da loro riceveranno dei momenti in cui possono pensare a ridere e giocare, distraendosi da tutto ciò che ci sta lì fuori.
Bisognerebbe veramente cercare di imparare qualcosa dal questi ragazzi che riescono pienamente a concedere se stessi a delle persone prima d’ora mai viste e soprattutto osservare il modo in cui vivono in pieno gesti semplici traendo da un abbraccio o un solletico una felicità incommensurabile che dovrebbe insegnarci anche a noi a soffermarci su gesti considerati ormai banali e secondari.

Andrea

Sono ancora in apnea

Non li sto aiutando, però oggi ho giocato con loro a calcio. Non li aiuto, ma dipingo con loro. Non li aiuto ma mi diverto con loro a rincorrersi per il giardino della scuola.

È un trauma la comunicazione e la percezione. Il mio problema non è stato non riuscire a formulare delle domande, ma non riuscire a formularle usando un sistema di comunicazione e di percezione così distante dal mio. Arrivi e vieni aggredito da una quantità di input che ti stancano più dei 50 bambini che ti salgono sulle spalle ogni giorno. Ti chiedi come leggerai le emergenze sociali, ti raccomandi un approccio poco eurocentrico, ma poi è la puzza che ti invade le narici a raccontarti kario; sono gli insulti che ricevi quando passi per le strade sullo scuolabus a sbatterti in faccia chi sei. Vivo un sentimento paradossale di costante malessere che però mi rende felice, mi dà la sensazione di essere qui, di cogliere la mia presenza, di vivere questi giorni.

Sto male sempre, come non potrei.
Qui sto vivendo in una tempesta di sfide e forti provocazioni, sia quando incontri un missionario che ti propone una visione meno filantropia del tuo essere e più di disperata ricerca di redenzione, sia dallo sguardo di tutti, grandi e piccoli, che vedono la tua pelle come si guarda una divisa, rappresenti l’Occidente e te ne accolli ogni responsabilità, devi, in questi luoghi che talvolta ti si figurano come teatri di guerra a bassa intensità.

Il viaggio in pullman è sempre bello. Ti dà tempo e spazio di passare in rassegna la giornata, le immagini e i suoni. Ti dà la possibilità di osservare l’Africa e la quotidianità della città.
È un momento in cui preferisco il silenzio.
Un silenzio che aiuta a trovare un po’ di riflessività. Ogni tanto trovi degli spunti interessanti da chi ti sta accanto, sia un neofita come me o un veterano, sia una sister o un social  worker.

Ora che siamo verso la fine, inizio a percepire una paura che via via si addenserà. Ho paura di cosa troverò nei miei pensieri tornato a Roma. Non so come questa esperienza si aggiudicherà uno spazio nella mia testa. Non so come me ne ricorderò e ho paura che sarà difficile provare a cambiarsi un po’.

Ho paura che le vere domande me le porrò quando sarò di nuovo lì con voi, magari rimpiangeró di essere stato qui, di questo passo dopo il quale l’ignoranza non è più una scusa spendibile con me stesso. Paola ha ragione, bisogna compromettersi. Io sono ancora in apnea, tra qualche giorno tornerò a Roma e lì capirò dove sono cambiato.

Benedetto

#tukopamoja

Lascia un commento