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Colonialismo digitale ed etica delle immagini nel volontariato in Africa: un piccolo esercizio di discernimento prima di pubblicare sui social

Le lingue, a volte, sanno di noi più di quanto noi sappiamo di loro. Basta pensare a un gesto che ripetiamo decine di volte al giorno, quasi senza accorgercene: scattare una fotografia. In italiano diciamo che una foto si “fa”, come si fa un disegno o un regalo: il verbo mette al centro chi la crea. L’inglese, invece, sceglie un altro verbo, to take a picture: prendere. È una differenza minima, eppure dice già molto del rapporto di potere che si nasconde dietro ogni scatto. Ogni fotografia è un atto in cui qualcuno prende qualcosa da qualcun altro: un volto, un momento, una porzione di vita. La domanda, allora, non è se sia lecito prendere. È a quali condizioni, e con quale restituzione.

Queste righe nascono dall’incontro sul colonialismo digitale che proponiamo a volontari e donatori. “Colonialismo” è una parola grave, che porta con sé secoli di occupazione e di violenza, e non va usata con leggerezza. La usiamo in un senso preciso: una relazione in cui qualcuno estrae valore e qualcun altro non ha voce su come verrà usato. Vale per i minerali che stanno dentro i nostri telefoni. Vale, molto più vicino a noi, per le immagini che quei telefoni producono ogni giorno.

Già alla fine degli anni Settanta Susan Sontag, nei suoi saggi sulla fotografia, osservava che fotografare significa appropriarsi di ciò che si fotografa, e mettersi in una certa relazione di potere con il mondo. Non era un’accusa, ma una descrizione. Chi tiene in mano l’obiettivo sceglie l’inquadratura, il momento, la luce, e soprattutto sceglie che cosa resta fuori. Chi sta davanti all’obiettivo, di solito, non sceglie nulla.

Un errore frequente, quando si affronta il tema, è partire dalla condanna. Le foto del volontariato in Africa non sono il male, e chi le scatta non è un cinico. Spesso le scattiamo per affetto, per gratitudine, per il timore di dimenticare volti che ci hanno cambiato. Ma la buona intenzione non basta a qualificare un atto. Occorre guardare il gesto in sé, e ciò che produce una volta uscito dalle nostre mani. Conviene allora distinguere, prima di giudicare. C’è la foto che ricorda un incontro, e quella che lo usa. C’è l’immagine che mostra una persona, e quella che la riduce a sfondo del nostro racconto. Il soggetto è lo stesso; il gesto è opposto.

Il problema, poi, non riguarda la singola foto ma la somma di tutte. Nel 2009 la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie ha tenuto un intervento diventato celebre, Il pericolo di una storia unica. La sua tesi è semplice: quando di un popolo si racconta sempre una cosa sola, quella cosa finisce per diventare la sua identità. E il problema degli stereotipi, osservava, non è che siano falsi, ma che siano incompleti. Qualche anno prima, nel 2005, lo scrittore keniota Binyavanga Wainaina aveva pubblicato sulla rivista Granta Come scrivere dell’Africa, un manuale satirico che mette in fila i luoghi comuni del racconto occidentale sul continente. Fa ridere, e poi fa male, perché lo riconosciamo.

Ogni volta che pubblichiamo, aggiungiamo un tassello a quella storia unica. È la forma più quotidiana del colonialismo digitale. Il bambino in braccio al volontario, la baracca, lo sguardo triste: non sono immagini false. Ma ripetute mille volte compongono un ritratto che le persone di Ongata Rongai e Kariobangi non hanno scelto, e nel quale difficilmente si riconoscerebbero. Manca l’insegnante che prepara la lezione, manca il ragazzo che studia per l’esame, manca la madre che torna dal lavoro. Manca, in una parola, la normalità della vita, che è sempre più interessante della miseria. Quando questa normalità sparisce e resta solo la miseria in posa, il mondo della cooperazione ha un nome preciso: poverty porn, la povertà messa in vetrina per commuovere.

C’è poi una dimensione che dimentichiamo spesso: il tempo. Un’immagine pubblicata online non invecchia, ma la persona ritratta sì. Il bambino fotografato oggi sarà domani un adulto, magari uno studente universitario, magari qualcuno che cerca lavoro. Potrebbe ritrovare quella foto, accompagnata da una didascalia scritta da uno sconosciuto. Chiedersi come si sentirebbe in quel momento non è sentimentalismo: è prendere sul serio la sua libertà futura.

Non servono, per questo, regolamenti complicati. Serve un’abitudine, quasi un esercizio quotidiano: fermarsi un istante prima di premere “condividi”, e porsi qualche domanda con onestà. La prima è la più scomoda: chi ha potuto dire di no? Non basta che nessuno si sia opposto. Un bambino, o una madre davanti a un ospite che porta aiuto, raramente sono nella posizione di rifiutare. Il consenso vero presuppone la libertà di negarlo, e in una relazione sbilanciata quella libertà va creata, non presunta. La seconda riguarda il centro: chi sta davvero al centro dell’immagine? Se togliessimo noi stessi dalla foto, resterebbe una storia? Se la risposta è no, forse stiamo mostrando noi, non raccontando l’esperienza. La terza è la più antica: la pubblicherei se ritraesse mia figlia, mio padre, la mia casa? È la regola d’oro dell’etica, applicata al gesto più contemporaneo che conosciamo.

Sarebbe facile fermarsi qui, con un elenco di cautele. Ma la prudenza da sola rischia di produrre soltanto silenzio, e il silenzio non è una risposta. Raccontare è necessario: è così che chi non è mai stato a Nairobi può conoscere, sostenere, magari partire. Il punto non è smettere di guardare, ma imparare a guardare meglio. Esiste infatti un’ultima parola, che rovescia la logica dell’estrazione: restituire. Una foto può essere anche un dono. Mostrarla a chi è stato fotografato, chiedere come vuole essere ritratto, lasciare che sia lui a scegliere l’immagine da tenere. Preferire un volto che sorride per scelta a una fatica messa in posa. Sono gesti piccoli, che non costano nulla e cambiano tutto.

Come associazione abbiamo fatto nostro questo impegno, e lo condividiamo con chi partirà con noi a dicembre: raccontare persone, non scenari. Non è un divieto calato dall’alto. È un modo di guardare, che si impara con il tempo e con qualche errore, e che riguarda anzitutto chi scrive queste righe.

Perché in fondo la domanda da cui siamo partiti non riguarda soltanto le fotografie, né soltanto il colonialismo digitale. Riguarda il modo in cui stiamo davanti agli altri. E forse il modo in cui guardiamo gli altri dice di noi più di qualsiasi foto.

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