Il blog dell’ultima sera, come ogni anno, è il resoconto finale dell’esperienza vissuta che abbiamo condiviso durante l’ultima sera. Come traccia ognuno di noi ha provato a rispondere alle seguenti due domande:
– Cosa ti porti a casa da questa esperienza?
– Cosa ho vissuto durante quest’esperienza che voglio continuare a praticare e riportare nella vita quotidiana una volta tornata/o a casa?
Di seguito le nostre condivisioni:
Torno a casa con numerosi dubbi, cambiamenti, nuove conoscenze, con la consapevolezza di poter chiedere aiuto e un nuovo modo di approcciarmi alle situazioni per cui prima non mi sentivo preparata e di confrontarmi senza mai pensare di essere meno degli altri. Affetti, consapevolezze, paure diverse rispetto a quelle con cui sono partita.
Questa è la seconda volta che partecipo a questo campo: è stato bello e diverso allo stesso tempo. L’incontro con i professori e con le donne del progetto inua mamas, anche grazie alla speciale modalità di condivisione, è stato un arricchimento, soprattutto in quanto incontro paritario: è avvenuto uno scambio significativo, che superava le competenze del singolo. Ci si è guardati in faccia, in un momento in cui si è respirato un senso di fratellanza e la bellezza dello stare insieme. Seppure fossimo senza guida spirituale, la modalità adottata è stata una bella opportunità per mettersi in gioco anche sotto questo punto di vista. L’impegno preso da Brian e Patroba, futuri volontari della Giacomogiacomo, è anch’esso sinonimo di una condivisione sentita di progetti e idee. Mi sono sentita fragile e insieme accompagnata nei momenti di difficoltà. Stare con persone così piene di vita è stato un regalo del Signore.
Durante l’ultima giornata di campo mi sono sentita al servizio per la prima volta: seppure dispiaciuta di non aver partecipato ai gruppi proposti alle mamas, aver permesso ad una donna di dedicarsi alle attività poiché potevo badare a sua figlia, mi ha dato una sensazione di utilità. In questo campo ho capito di essere entrata in una nuova fase di sano distacco in cui non percepivo più preoccupazione rispetto ai miei cari a casa. Avverto la necessità di cercare nuovi progetti e obiettivi. “Come si fa a tornare a casa trovando un modo di vivere la nostra vita, così differente da quella qui, senza ricadere nell’ipocrisia?”. Nel momento in cui c’è la consapevolezza del privilegio, non solo materiale ma anche di sicurezze affettive e di un contesto umano così ricco, per dar voce a quello che viviamo qui, senza sentirci solo fortunati ad abitare nella parte giusta del mondo, è nostro compito dare il massimo nella quotidianità che viviamo, come nei confronti di questa parte di mondo. Poiché il nostro cuore non è costruito a compartimenti stagni, non dimentichiamoci di mettere a frutto il pensiero che, se anche solo una delle persone che abbiamo incontrato potrebbe fare meglio nell’ipotesi in cui si trovasse nella nostra posizione, non possiamo vivere sereni. La nostra vita è a casa, ed è proprio lì che dobbiamo impegnarci da avere l’energia e la spinta per portare il nostro sguardo al di fuori: è lì il luogo in cui si trovano gli affetti primari che contano e che ci hanno permesso e supportato per arrivare qui.
Mi sento un po’ confusa nell’elaborazione di quello che ho vissuto. Partendo, ho avvertito la rabbia dei miei compagni di viaggio rispetto alle ingiustizie sociali: osservarle, venire a contatto con chi è vittima di queste, non mi ha tolto la rabbia ma mi ha permesso di scoprire a fondo le persone. Non è qualcosa esclusivamente correlato all’ingiustizia, ma è un desiderio di cambiamento, sostenuto da una relazione umana. Torneremo in un altro mondo, al primo sguardo lontanissimo da qui: ma il contatto c’è stato, abbiamo osservato come l’uomo cerca di trasformare la realtà e non solo la vittima. Nella fatica c’è non solo speranza, ma anche l’inizio di un lento, ma presente, cambiamento.
Senza sminuire quello che abbiamo vissuto, ho capito che la felicità sta nell’aver trovato un posto in cui sento più che mai l’amore per la vita, in cui sento forte pulsare dentro di me questa emozione. Il proposito con cui torno da questo viaggio è cercare di spiegare cosa c’è oltre i confini geografici e quelli autoimposti. Mi sento appagata da quello che ho, “privilegiata tra i privilegiati”: il vero privilegio risiede nello spogliarsi dei privilegi stessi che abbiamo: la fortuna di poter guardare oltre, mi fa tornare a casa con il cuore ricolmo di gioia. L’aver vissuto insieme ad un bel gruppo questa esperienza, accende in me la speranza di riuscire ad “aprire gli occhi” a chi ci sta a fianco a casa, accomunati dalle emozioni vissute e condivise durante questi 10 giorni.
Con le idee un po’ confuse, rinnovo la voglia di rendere i progetti della Giacomogiacomo la mia missione. Durante questi giorni ho in parte ignorato gli affetti a casa con l’obiettivo godermi a pieno il gruppo e i momenti insieme. Convivere per 10 giorni è una forte esperienza di comunità: mi sono sentita a tratti stanca in senso positivo. Rispetto al progetto di Inua mama, seppure con un forte senso di responsabilità rispetto a queste donne, ribadisco il desiderio di dare loro gli strumenti per ottenere la libertà. L’idea che gli altri hanno che “tanto qui non cambierà mai niente” non la trovo reale: ho scambiato esperienze di vita con donne simili a me, accomunate come primo fattore dall’essere donne. L’allargarsi di questo progetto anche alle figure maschili mi rende molto felice poiché questi progetti cambiano ed evolvono nel tempo, al passo con i ritmi del posto in cui ci troviamo.
Durante la prima condivisione ho detto che sarei arrivata con una valigia vuota con cui ripartirò: mi sono goduta alcune visioni. Ho apprezzato tanto, ad esempio gli animali osservati al lago di Naivasha che mi hanno dato speranza rispetto al futuro anche nei nostri progetti come Inua mama, il rapporto con Brian e Patroba e tanto altro. Tornando nello stesso posto, osservando il cambiamento e lanciando una nuova sfida, forse il rientro non mi deve spaventare ma dev’essere da spunto per ulteriori novità. Il cambiamento, guidato dalla speranza di fare meglio, non deve fare paura. Nel tempo è stato costruito un senso di comunità con i volontari e gli assistenti sociali del luogo. Dedicare tempo al confronto con gli amici di Nairobi, seppure le difficoltà, ha dato spazio a una nuova riflessione: la comunicazione tramite la lingua inglese rappresenta una barriera poiché non è lingua madre né per noi italiani né per loro kenioti. Lo sforzo ad utilizzare una lingua straniera comune complica e allo stesso tempo avvicina le due parti.
Torno a casa curiosa in quanto vorrei scoprire come inizierà il vero campo. La prima volta è stato difficile gestire il turbine emotivo. Mi porto a casa molta più speranza in cui credere, soprattutto grazie al confronto con i local. La condivisione con loro della speranza di cambiamento e miglioramento, seppure di animo pessimista, mi conforta. Vorrei imparare a credere di più nella speranza: vorrei traslare il sentimento di rabbia in un’accezione positiva di condivisione della realtà per poter realmente cambiare qualcosa. La mattinata trascorsa con le donne è stata un esempio concreto di speranza e di possibilità di modificare il significato che ho dato fin ora alla rabbia. Ho toccato la concretezza dei progetti e per questo torno a casa con molta contentezza.
Fare i conti con ciò che ho vissuto e con i pensieri insorti non è facile. Sono stata una porta aperta nell’accogliere le storie e le persone ma non sono ancora in grado di incanalare correttamente i pensieri. La vista di una realtà cruda che ci mette davanti alle fortune che abbiamo, è un pensiero comune. Sono certa di portare con me l’energia e la felicità dei bambini: nonostante la fatica fisica, a livello emotivo mi sento ricaricata. Il vero campo inizia nel momento in cui riuscirò a metabolizzare quello che ho vissuto. Mi porto a casa tante piccole cose di ogni componente del gruppo. Personalmente penso che partire mi abbia permesso di sconnettermi dalla realtà, dalle persone con cui la condivido con la consapevolezza di aver scoperto un nuovo lato di me.
Rendendomi conto dell’avvicinarsi del rientro, mi sono sentita disorientata. Mi sarebbe piaciuto darmi più tempo per vivere la realtà qui. Tirando le somme, sono contenta di essere partita perché era un forte desiderio e una necessità che avvertivo da tempo. Dedicarmi del tempo lontano da casa è stato utile. Mi riporto tanti interrogativi su questa parte di mondo ma anche sulla nostra, rispetto a ciò che mi rimane nascosto o incompreso. Porto la possibilità di poter guardare oltre il terreno sotto i miei piedi, che spesso ha vacillato: ho riaperto lo sguardo per osservare prestando più attenzione, con la speranza di poterlo fare a casa. Sono rimasta affascinata dai progetti che la Giacomogiacomo porta avanti qui. Non mi sento che l’esperienza finisca qui: mi piacerebbe portare avanti quello che ho conosciuto nella mia vita.
Mi porto a casa una busta piena di emozioni, ricordi, facce da cui, una volta tornata, pescherò per rivivere tutto all’interno della quotidianità più lenta. Torno ricca e appagata da questa sensazione.
Sono contenta perché mi piace l’idea di riportarmi addosso qualcosa, nonostante il corpo non mi abbia sempre assistito in questa esperienza. Provo un profondo senso di gratitudine perché ho compreso che mi piace di più provare che ricercare questo sentimento nobile, che desidero riportarmi, dei momenti vissuti con alcuni componenti del gruppo come Brian e Patroba, Sister Mary che ho sentito avermi dato il massimo supporto. La condizione di privilegio e libertà, nonostante spesso l’abbia interpretata come senso di colpa, è beata e non scontata: questa volta vorrei sfruttarla e metterla al servizio di chi questo privilegio e libertà non li possiede. Romanticizzare la povertà non mi aggrada: mi riporto anche disgusto, sbigottimento, delusione da congiungere alla mia condizione di privilegiata al fine di metterli al servizio di un desiderio di impegno verso questa parte di mondo che avverto come doveroso. “Finché batte il cuore, finché reggono le gambe, I am still in the matatu”.
Mi sento di aver bisogno di tempo per metabolizzare e per capirmi: mi sento attualmente confusa. Ho provato tantissime emozioni, sia positive che negative, però se alla partenza avvertivo sfiducia nella generazione a me precedente, qui sono stata sorpresa e sono contenta di avervi conosciuto. C’è tanto lavoro da fare ma Giacomogiacomo, anche solo cercando di affrontare alcune delle numerose situazioni difficili presenti qui, già raggiunge un grande traguardo che infonde in me un forte senso di speranza.
Riporto tanta stanchezza nonostante è stato un campo che, personalmente, ho vissuto molto bene. Mi sento affaticata al pensiero di tornare ad una vita veloce con il desiderio di permettermi di dare uno sguardo più lento alle cose e un ascolto più attento anche verso me stessa. Ho riflettuto sull’importanza della nostra presenza in questa terra, luogo in cui riusciamo a lasciarci toccare senza difese, con la consapevolezza che questi giorni non rappresentano solo una parentesi ma una responsabilità condivisa, con la voglia di rinnovare l’impegno preso verso i progetti. Ho sentito un fortissimo il senso di speranza nel miglioramento futuro. Vi ringrazio per aver condiviso quest’esperienza, nell’avermi aiutato a guardarmi dall’esterno con occhi diversi.
All’inizio del campo avvertivo un senso di fatica nel sentire le emozioni “di pancia”, mentre ora non è più così. La commozione in baraccopoli, la rabbia davanti alla discarica di Dandora, le serenate sotto il portico la sera, sono sentimenti sinceri che ho percepito “di pancia”. Ho provato la bellezza e il divertimento di scoprire di non saper fare tante cose: è stato appagante e facilitante sentire lungo il percorso l’appoggio e l’aiuto dell’altro. Riparto con la voglia di riportare quanto vissuto al campo per continuare a fare la mia parte.
“Veniva nel mondo la luce vera che illumina l’uomo”. Ognuno di noi, con le sue potenzialità e il suo carattere, ha portato luce alle persone del posto. Con la consapevolezza di non aver cambiato la vita a nessuno, il tempo trascorso con loro ha scatenato nel prossimo e in noi qualcosa. In questi giorni ho visto con gli occhi e toccato con mano la realtà in cui risiede la povertà e l’abbandono delle loro famiglie. Mi chiedo se in futuro cambierà qualcosa. Torno con consapevolezze, speranza, rabbia e il cuore pieno di svariate emozioni e sentimenti. Una volta tornata mi impegnerò a condividere questa realtà, con la consapevolezza della difficoltà nel comunicare con qualcuno che non ha vissuto su di sé questa esperienza.
Prima di partire non mi sono fatta domande sulle persone che avrei potuto scoprire qui. Ascoltandovi parlare, provo un forte senso di ammirazione per essere riusciti, durante le condivisioni e le chiacchiere serali, a spiegare concetti di cui io non sarei stata in grado. Mi sento cambiata dall’inizio del campo: vedere e, non solo guardare, quello che mi ha circondata qui è stata una grande fortuna. Alla fine del campo riesco a vedere le cose meno in base alla mia misura: è facile paragonare quello che ho visto qui rispetto alla mia vita a casa. Essere toccata così facilmente dai bambini e la voglia di ricercare l’affetto sotto forma di contatto fisico con loro è stata una piacevole scoperta. Per definire quello che c’è qui, senza ancora averlo digerito, ho pensato al termine “extraordinario”, qualcosa che non sono abituata a vedere ma che è lo stesso riuscito a lasciare il segno.
Il sentimento che sento vibrare dentro di me risulta essere un senso di forte gratitudine. Mi porterò nel cuore ogni viso e il nome corrispondente di ogni componente del gruppo: qualcosa da custodire dentro, che rappresenta un’evidenza di ciò che è ognuno di voi. Ritorno con l’impegno di proseguire il progetto qui cominciato, di costruire ponti e rafforzare relazioni, ad un primo sguardo labili e lontane, ma che è prezioso si stringano con la realtà locale. Chiedo forza e sostegno al Signore nel continuare a perseguire i sogni e i progetti connessi con la realtà di qui.
Nella valigia riporto parte di quello con cui sono partita, come se non fossi mai riuscita a svuotarla fino in fondo. Se i primi giorni del campo facevo un po’ fatica a convivere con questo pensiero, tramite il confronto con ognuno di voi, ci ho fatto la pace. Ho interpretato questo meraviglioso campo come una tappa del lungo e contorto percorso della vita, non esclusivamente come una parentesi aperta e chiusa tra il 26 dicembre e il 6 gennaio. La possibilità di aver riflettuto e forse in parte risposto alla domanda iniziale di “a che punto stai nella tua vita?” è stata molto preziosa. Per carattere sono sempre stata determinata e convinta di portare a termine ogni cosa che inizio, come in questo caso, il tornare a Nairobi per capirci di più. Quello che mi vorrei portare nella quotidianità di casa è la gratitudine ad avere il privilegio di poter scegliere; all’inizio questo mi trasmetteva un senso di rabbia profonda per alcune circostanze con cui ci siamo interfacciati, ma la scelta è anche qualcosa che mi accomuna con i local e con i progetti della Giacomogiacomo, che sognano un mondo equo, capace di dare a tutti gli strumenti per poter scegliere.
Trovo difficile rispondere alle domande. Sono sorpresa di non essere stata sconvolta da certe situazioni: forse quest’esperienza è stata solo un assaggio, come se non ci fosse stato il tempo di stare dentro realmente alle situazioni vissute. Riporto a casa la volontà di conoscere sempre di più e meglio una realtà così. L’esperienza era un desiderio che custodivo da tanto e che rinnovo per il futuro.
Alla prima condivisione, ho risposto alla domanda “cosa mi porto in valigia?” con la volontà di lasciarmi stupire da questa esperienza, quindi avevo risposto semplicemente “nulla”. “Sognate e la realtà supererà i vostri sogni” come disse un Santo, rappresenta a pieno quello che è successo in questi giorni. La valigia è molto piena: emozioni, sensazioni, amicizie, scoperte, consapevolezze e un grande arricchimento per aver conosciuto e toccato con mano una realtà non nostra. L’iniziale proposito di “non fare propositi”, per evitare il rischio di ingabbiare sé stessi, mi ha lasciato la possibilità che l’esperienza smuovesse qualcosa dentro di me, senza conoscere come si declinerà in futuro ma con un’irrefrenabile voglia di scoprirlo. Desidero ringraziare ognuno di voi perché l’importante è esserci e se siamo qui tutti insieme, ognuno con le sue peculiarità, forse c’è un motivo.
Sono felicissima di essere partita per questo campo, seppure con qualche ansia. Torno a casa con una valigia ricca di gioia perché soprattutto la giornata di oggi con le mamas, l’incontro con Brian e Patroba, conoscere e approfondire le relazioni con gli insegnanti della scuola mi fanno esplodere il cuore. La valigia è carica di orgoglio per le persone che ho visto crescere, prendersi responsabilità, camminare a testa bassa e a testa alta, rinnovando quotidianamente il proprio impegno. Vi ringrazio per aver fatto un passo avanti nell’aver deciso di partecipare al campo o per essere ritornati per capire qualcosa di più. E’ stato, come sempre, un campo unico perché ognuno di noi ci ha messo il proprio cuore. Nairobi è bellissima, perché il Signore qui conduce la realtà in modi straordinari.
Come disse un saggio: “il primo campo lo vedi, il secondo lo ascolti, il terzo lo vivi”. Per ora l’esperienza è stata fedele. Al primo campo sono stato parecchio scosso per quanto osservato; tuttavia, ho scelto di ripartire per trovare risposte ad alcune domande a cui sentivo di dover dar voce. Persone, spazi, culture sono stati solo uno tra tanti propositi per ritornare con più domande rispetto a quelle con cui sono partito. La religione, la relazione con l’altro, i componenti del gruppo, i senior di cui ognuno a proprio modo è stato colonna portante dell’esperienza. La situazione personale differente in cui mi trovavo un anno fa mi da la possibilità di osservare la crescita e il cambiamento, dandomi la spinta di continuare a farlo perché è lì che si trova il bello della vita. L’esperienza mi ricorda che ci vuole coraggio ad affrontare la vita, emozione che ho apprezzato nell’incontro di oggi con le mamme e con i papà dei progetti; per loro è prioritario permettere ai figli di mangiare e ricevere un’educazione. Spero di riportarmi a casa parte di quel coraggio. Un’ulteriore consapevolezza è la capacità di poter scegliere facendo liberamente quello che si vuole: spesso agiamo senza neanche pensare, eppure c’è tanto “peccato” perché non si coglie l’opportunità e parte di sé. Sartre diceva: “La libertà non è fare tutto quello che si vuole ma volere tutto quello che si fa”; e noi, con quanta consapevolezza scegliamo e prendiamo decisioni tutti i giorni? Questa esperienza ci fa rivivere la libertà che abbiamo, prendendo decisioni anche scomode, che ci mettono in discussione. Ognuno di voi è stato una bella parte del campo e sono contento della diversità di questa seconda esperienza perché, anche se ce lo scordiamo spesso, è proprio nel diverso, nello scontro, nello scambio e nella ricerca di questo che c’è il bello e la ricchezza. Ritrovo proprio questo nell’associazione che rappresenta una bella parentesi aperta della mia vita con l’obiettivo di far risuonare la mia sfera spirituale in un’esperienza di servizio e di condivisione di comunità; i progetti inoltre, sono molto importanti; l’educazione, seppure scontato; il progetto di empowerment femminile e maschile, che mi tange particolarmente. Non mi sento di fare promesse, le aspettative non sono di mio gradimento, ma nella teoria di piccoli passi, muoverci insieme ogni giorno può portare a raggiungere grandi obiettivi. Con la voglia di lasciarmi stupire dai colori e dai sapori di questa vita, spero le nostre strade, appena incrociate, continuino a incontrarsi e scontrarsi.
Dalla prima condivisione rinnovo le iniziali congratulazioni per il coraggio che avete avuto: “i privilegiati tra i privilegiati” per avere una testa che pensa, che si interroga e permette di fare queste esperienze anche per entrare in crisi, con sé stessi e con il mondo. Ribadisco i complimenti per “sfruttare” questo privilegio, nell’accezione positiva del verbo. Non sono mai stato così contento di tornare a casa e mai così tanto triste perché, mentre in precedenza sapevo che sarei tornato, mentre ora questa certezza non c’è più. Sono triste perché qui ho persone che posso chiamare amici, senza sapere quando li rivedrò: qui le cose cambiano in fretta perché, mentre il contesto generale scorre lento, le singole situazioni si trasformano in modo incredibilmente veloce. Questo spaventa perché ritornare dopo tempo mi fa assaporare il rimpianto di non essere riuscito a cogliere occasioni che non torneranno più. In valigia oltre al mix di tristezza e contentezza, sono molto orgoglioso e sollevato del fatto che ci siano persone che si sono affezionate con intelligenza a questa realtà. Grazie per esservi messi in gioco, per aver sempre risposto di sì alle chiamate ed aver reso gioioso ogni momento. La prima parentesi del campo e forse la grande sfida lanciata è trasformare incontri, esperienze, emozioni in vita quotidiana: forse a tanti conviene che sia solo una parentesi e faranno di tutto per farci tornare indietro. Percorsi, condivisione e studio aiutano in questo percorso. Spero che questa esperienza vi abbia insegnato ad avere un pensiero critico sulla realtà: come ripeto spesso a me stesso, nessuno ha l’oro colato in bocca. Quel che vediamo e sentiamo va criticato in modo costruttivo e positivo: senza pensiero critico è facile cadere in situazioni sbagliate, non mollate, riportate fiducia nell’umanità. L’esperienza di stamattina di un uomo di più di 40 anni con cui ho condiviso l’attività del giorno di crochet rappresenta per me la speranza del mettersi in gioco. E’ importante ascoltare una voce forte, in un luogo in cui sono state costruite barriere e muri per insonorizzare voci: noi, con il privilegio di poterle superare, abbiamo il compito di essere il loro grido a casa, come continuità di quel che abbiamo vissuto qui. Ogni piccolo passo è importante: grazie per la vostra libertà e partecipazione attiva. E’ stato un onore potervi far conoscere questa terra, con l’augurio che possa portare qualcosa di bello nelle vostre vite.
DAY – TEN – LAYRA MAZZETTI.




