Giorno zero di un altro campo

Quando ho preso la tazzina di ceramica in mano, ne ho accarezzato la superficie liscia per dieci lunghi secondi. Quando ho azionato la Nespresso, ho osservato, goccia dopo goccia, il mio caffè aumentare e inscurirsi. Quando mi sono buttato sotto la doccia, ho avuto la sensazione di bagnarmi in un fiume di montagna sovrastato da un’imponente cascata di acqua limpida e squisita al palato. Quando ho aperto la prima pagina del manuale di storia, mi è sembrato così breve e così vincibile, che al solo pensiero delle pregresse preoccupazioni, mi sento stupido.

Se dovessi raccontare in una sola parola il lascito di questa esperienza, impiegherei “attenzione”. Dal latino “attentione(m)”, ossia “porgere l’animo verso qualcosa” ovvero, “avere cura delle cose”. Aggiungerei, preoccuparsi anche delle cose più insignificanti, goderne la microscopica rappresentazione ma altamente significante, se considerata come una vite del motore che rende la mia vita una macchina potente.

Tutto sta acquistando senso, al di là della mia volontà. La mia coscienza sta lavorando come un muscolo involontario, alla stregua de cuore: lo segue nei battiti, nei ricordi e nelle considerazioni.

Gli slum sono a tante ore di aereo dalla scrivania che ora mi accoglie e a pochi secondi da me. Provo paura al pensiero di accendere il computer, per leggere le notizie di queste settimane; ho paura di non essere compreso da quelle persone che siedono nei luoghi del potere e che scelgono per me. Nelle lodi di qualche giorno fa, si leggeva quanto sia sbagliato confidare nei potenti. Però le lodi non ti dicono quanto si debba faticare, per non farlo. Quanti libri si debbano divorare per non farlo. Quanto stress mentale e fisico si debba affrontare, per non farlo. Quanto coraggio si debba serbare nel sangue, per non farlo.

Mi aiutate a dichiarare ufficialmente iniziato il campo? Forse è il caso che vi facciate avanti voi; che mi aiutiate a non sentirmi un alieno, quando vi dirò che il panino va finito e che la plastica va buttata nella spazzatura giusta. Noi “nordici” stiamo impiegando molto tempo a capire che esiste una spazzatura giusta e una sbagliata. Scardinare la certezza che la spazzatura sia un concetto puzzolente, inutile e da tenere lontano alla vista, è un’impresa ardua. Eppure esiste una spazzatura buona, con la quale, sulla quale e per la quale mangiano in tanti. Non è un esercizio di pronomi relativi, ma la testimonianza di una persona che ha visto la vita delle persone girare intorno alla spazzatura. Da scarto, diventata pietra angolare di una struttura dalle fondamenta fragili, che cade con la prima pioggia forte e che rimane in attesa di quattro pazzi dalla pelle bianca che forse, tra un anno, metteranno insieme qualche scellino, un po’ di forza e due martelli nuovi per rifarla da zero

Riparto proprio dal mio punto zero, per dare inizio a questa nuova impresa nel teatro che da anni mi culla e mi protegge. Sono anni che Nairobi e la Giacomogiacomo mi fanno sentire un uomo. Non lo avrei mai detto che, facendomi un regalo così grande, la vita avrebbe potuto mettersi essa stessa in discussione.

Guardando un ragazzino giocare con un aquilone di carta colorata, ho scritto queste poche righe che vi condivido, a voi che non so chi siete ma so perfettamente cosa rappresentante: il mio campo di battaglia e di pace allo stesso tempo.

“Un aquilone può volare solamente a certe condizioni: due mani esperte, un filo teso e un vento favorevole.

Un aquilone può essere talmente coraggioso da volare anche quando le due mani non sono particolarmente forti, il filo non riesce a tendersi e il vento non soffia abbastanza forte da permettergli di alzarsi in cielo.

Potrei passare tutta la vita a chiedermi come faccia quell’aquilone a volare, ma la risposta non la troverei in nessun posto diverso dal sogno faticoso di questo bambino che mi ha appena accarezzato il braccio. Quel bambino che ero; quel bambino che sei. Un cacciatore coraggioso di aquiloni.”

Grazie. Non te lo dico abbastanza spesso, ma se dovesse uscire almeno ogni giorno di rientro dal campo, sta pur certo che uscirà sempre.

Giacomo

 

#tukopamoja

 

Alberta Vicario

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