Giorno dieci: la condivisione finale

Una piccola avventura in un grande viaggio

 

 

Un antico proverbio dice che “non è la ricchezza che manca nel mondo: è la condivisione”.

E così, accarezzati dal caldo vento del pomeriggio, ai margini del bananeto e all’ombra del sicomoro, i muzungucondividono i passi di un’esperienza che non è giunta alla sua fine ma forse è solo al suo primo vagito.

L’abitudine a tornare qui sembra aver quietato i sensi ma ci sono desideri profondi che vengono ridestati in qualche modo nell’incontro e nell’abbraccio di vite intessute in una trama ricercata che porta però a guardarsi dentro. Fare bene il bene è, nella condivisione, un modo che rende più grandi di quello che si è: più si dà agli altri, più vita si è in grado di ricevere, anche se non è la quantità che conta ma la qualità delle azioni e degli sguardi che si pongono sulle fatiche affrontate.

Non sfugge il grido di aiuto udito in queste terre ma questa goccia nell’oceano la si vorrebbe condividere con coloro i quali si intrecciano nei mille percorsi della quotidianità: a Reggio Calabria, Roma, Genova, Milano e dintorni… magari far sì che possano essere due gocce in breve tempo.

Inizia, nella crisi positiva avviata, un difficile dialogo con i se stessi del quotidiano; un dialogo che se efficace deve eliminare ogni parentesi all’esperienza, perché dovrebbe scorrere nell’alveo di una quotidianità, seppur non priva di imprevisti, rendendo fertili e verdeggianti le proprie rive.

 

Il piccolo Brian con un indice picchiettato ripetutamente sulla sua testa, ai saluti prima della partenza, facendo ritorno verso la sua piccola casa in lamiera nello slum, vuole ricordare di non dimenticare, vuole sconfiggere ogni superficialità, vuole far pensare il muzungua ciò che è stato inconsapevolmente compreso nel biglietto aereo per arrivare sin qui: un dovere, un ruolo e la fortuna di vivere un’esperienza simile che andrà “digerita”, e soprattutto assimilata, senza angosce, facendo il massimo in proprio potere: nei propri limiti (superabili) e nelle proprie azioni (trasformabili e/o implementabili), gestendo un’energia che possa ancora più arricchire il proprio vissuto.

Anche le figure di giovani uomini che, nonostante le difficoltà dello slum, cercano punti fermi nella propria famiglia, riescono a meravigliare sorprendendo nella bellezza dei piccoli gesti e in un’inattesa fiducia con lo sguardo rivolto all’insù, provocando profondamente nell’incontro anche chi è incerto nei passi della fede e qui ritrova si ritrova stupito, scosso e con il desiderio di intraprendere un cammino di ricerca o di proseguire un cammino di bellezza che vuole farsi strada prepotentemente.

 

La valigia è stata svuotata all’arrivo (di tanta materialità forse) ma ora sembra di nuovo piena, fuori misura per stivarla e spedirla al desk dell’aeroporto. Ora è colma di desiderio di ricerca spirituale, di condivisione più profonda e sensibile, di paure più mature che vanno affrontate, forse combattute e pure sconfitte… in tempi non conosciuti ma affidati al Cielo.

Una valigia ricca di incontri e di mani intrecciate che non sono meteore ma che sono amicizie che si spera possano essere durature nel tempo, intrisa dell’odore acre e nauseabondo della discarica di Dandora e delle voci lontane di chi ci vive e lavora dentro, di quelle degli uomini e delle donne del domani impegnati a gioire per un goal fatto in un momento di svago, nel grigiore di una realtà inaccettabile.

C’è tenacia nelle tasche più grandi della valigia, quella tenacia di chi ha vissuto questa esperienza e che lascia un sapore di serenità ma emerge un’irrequietezza che rende instabili sulle proprie gambe nel momento in cui qualcuno chiederà “come è andata?”, “cosa hai visto?”, “cosa hai sentito e cosa invece hai ascoltato?”. Una paura di non saper rispondere o di non farlo nel giusto modo ed empatico. Ma nel trascinare con sé la valigia non bisogna dimenticare di approfondire e ricercare una propria dimensione spirituale, distinguendo da essa una sacramentalità che mai deve essere forzata, ma serenamente e placidamente conquistata.

Le ruote del trolley hanno una consapevolezza più profonda di sé, una concretezza davvero piena di meraviglia e la voglia di costruire solidamente su basi ferme, su valori che cambiano, trasformano e rendono liberi.

C’era uno scomodo disegno sulle valigie alla partenza, quello di un viso bianco e del simbolo dell’euro su di esso impresso, che un saggio padre comboniano aveva rivelato a dei muzunguinconsapevoli. Questo disegno sembra essere più sbiadito o almeno individuato e pronto a essere consapevolmente rimosso.

Tutto ciò che è in questa valigia speciale è una piccola avventura in un grande viaggio che continua, dove ciascuno sarà colpevole di tutto il bene che non farà!

E poi c’è chi nel bagaglio a mano, quello personale che non si lascia incustodito, lascia solo un gran silenzio, utile a rielaborare, quasi a voler ruminare ciò che si è vissuto senza alcuna urgenza, alla ricerca anche di una solo parola utile a tradurre un vissuto davvero in apnea, fuori misura, pieno talvolta anche di fastidio per un ambiente poco ospitale. È stato difficile vivere quello che è stato. Non sarà facile trovare ma sarà bello cercare, e magari si fallirà; anche la cecità sarà sorella del silenzio per meglio elaborare. Nulla è impossibile, ma la valigia torna a casa più piccola, nelle proprie paranoie, colma dei paradisi dei volti e dell’inferno tra le strade dissestate delle baraccopoli. Solo così quello che si è vissuto si tradurrà in testimonianza autentica, senza eccedere.

In stiva restano rimpianti per non aver vissuto dei giorni come si sarebbe voluto, con tempi di sedimentazione, silenzio e preghiera ma, al ritiro bagagli, a destinazione, ci sarà la possibilità di recuperare una necessità emersa e volerla rendere progetto per un cammino personale migliore con prospettive più ampie. E poi resta la consapevolezza, seppur amara, che dovremmo saper metterci fianco a fianco di chi abbiamo conosciuto e vissuto ma non troppo vicini perché la quercia non si rialza all’ombra del cipresso.

 

Restano gli incontri di tanti cuori pulsanti lungo questo cammino, questo incrocio di tessuti colorati, intreccio complesso di una moltitudine di esistenze. Le mani degli inconsapevoli muzungu hanno sfiorato altre mani e così hanno toccato il cuore di ciascuno per l’eternità.

E quel bidone di terra di fiori colorati tra il lerciume maleodorante dello slumdi Bangladesh, fuori dalla baracca di lamiera arrugginita di una giovane donna, è segno intangibile di bellezza, di meravigliosa speranza: la stessa che vede l’invisibile, tocca l’intangibile e raggiunge l’impossibile.

 

Intanto il sole sarebbe tramontato come una palla rossa incandescente ai margini della savana (ma nessuno lo ha visto perché è dietro al muro del dormitorio), il vento si sarebbe placato tra i banani in fiore (ma è restato un certo freddino), la tavolozza dei colori del cielo d’Africa si sarebbe manifestata in tutte le sue sfumature (ma sopra di noi restano nuvole grigiastre a pecorelle) ma, in tutto questo, chi scrive è stato redarguito di evitare di fare lo sdolcinato, tentare di poetare ed esser creativo… e così sia! Si parte, Peter scalda i motori del matatue le valigie piene di ricchezze profonde sono pronte a giungere a destinazione! Asante sana! Karibu (benvenuta, ndr) alla bellezza che si farà strada nelle vite di tutti questi arricchiti muzungu!

Guido, per tutto il gruppo

#tukopamoja

Alberta Vicario

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