Giorno tre

Oggi sono andata a ballare

Oggi sono andata a ballare. Ballare mi piace ma di solito preferisco le compagnie gastronomiche. Oggi, invece, sono andata a ballare.

Era domenica, sono credente, mi trovo in questo momento a Nairobi. E sono andata a ballare.

Come una comune parrocchiana di Kariobangi che la domenica mattina si sveglia in bidonville, indossa il vestito buono, pulito e coloratissimo, si mette le scarpe, si acconcia i capelli, si sistema sulla testa un turbante intonato al vestito e va a messa. E balla.

Tutti ballano, vecchi (non ce ne sono molti), mezzani e bambini (moltissimi, di tutte le misure). In ordini diversi: quelli sull’altare, quelli davanti all’altare e tutti quelli seduti nei banchi. Si balla, si canta e si prega. Anzi si balla per pregare. Si prega ballando e non si può dire cosa venga prima né cosa sia più importante. La danza non è più solo un linguaggio, è il contenuto stesso. Quindi il corpo è strumento e contenuto della preghiera.

Che shock per noi abituati alle nostre messe e alla nostra buona educazione liturgica.

Ai cori di gente di mezza età che canta con aria ispirata e labbra tonde come gli angioletti Thun. Alle nostre chitarre che hanno perso la carica rivoluzionaria che avevano una volta e servono ad accompagnare canti composti e voci compassate.

Che shock per noi che il corpo non lo muoviamo mai. Al massimo qualche volta ondeggiamo senza accorgercene e qualche volta battiamo le mani, più o meno a tempo, quando celebriamo messe particolarmente festose o ci sono i bambini del catechismo.

Il corpo lasciato fuori dalla chiesa a volte è un corpo lasciato fuori dalla nostra fede e dal nostro rapporto col Signore.

Poi vai a Kariobangi e trovi il corpo che prega.

E ti chiedi un paio di cose.

La più complicata è questa: se lì si prega con tutto il corpo, se a messa ci sono facce gioiose, se ci si alza ballando per fare la propria offerta e mettere nella cassetta qualche soldo, o un pacco di zucchero, o otto rotoli di carta igienica, se insomma il Signore entra nella tua vita e prende tutta la tua persona, come è possibile che tu accetti di vivere in bidonville, a ridosso della discarica, con i piedi costantemente nella merda e la diossina perennemente nel naso?

Come è possibile?

Come è possibile che quel corpo che balla e loda il Signore non si ribelli e non urli fino a quando la sordità del mondo non smetterà di ucciderlo?

Paola Schipani

 

 

Una giornata con Padre Maurizio

Conoscere se stessi, trovare la propria vocazione, tradotto forse in un “capire che senso dare alla propria vita”. Sono queste alcune delle parole, delle frasi che ci sono state comunicate verbalmente e con lo spirito oggi da padre Maurizio Binaghi.

Maurizio è un padre missionario comboniano che vive ormai da tre anni nello slum di Kariobangi, nella parte nord est di Nairobi. Coordina le attività e i progetti dei Comboniani: uno degli ultimi ha visto, in collaborazione con la giacomogiacomo, la costruzione della scuola di San Martin nello slum di Huruma, parte della più grande Kariobangi.

Tutte le numerose e profonde attività di questa domenica hanno avuto come filo comune la presenza di padre Maurizio.

A cominciare dalla messa della mattina, per la quale ci siamo recati alla chiesa di San Martin a Kariobangi. L’intensità di questa celebrazione non è spiegabile a parole, posso solo dire che per me è stato qualcosa di speciale, di viscerale e puro.

Tutti i fedeli degli slum limitrofi hanno partecipato a questa messa, la chiesa era gremita di volti diversi, incuriositi, che ci guardavano. I canti, i suoni, i balli mettevano i brividi. L’emozione è stata tanta!

E ancora di più, quando ci siamo ritrovati in una chiacchierata pomeridiana faccia a faccia con Padre Maurizio: le sue parole sono per noi conoscenza, una chiave per leggere questa esperienza a Nairobi: sono una svolta per sbloccare quei meccanismi che ci sono soliti nella vita di tutti i giorni e aprire definitivamente il cuore alla novità, all’altro.

Le successive tappe presso la scuola di San Martin a Huruma e alla St. John di Korogocho, non sono altro che la materializzazione delle parole di padre Maurizio, sofferenza mista a rabbia, rancore, dispiacere, stupore.

La St John è la chiesa dove operava padre Alex Zanotelli ed è famosa perché affaccia sulla enorme discarica di Dandora. La puzza è forte, ma ci dicono che altri giorni è ancor più forte, c’è la diossina nell’aria, dopo poco, la gola inizia a bruciare. Da lontano vediamo delle persone nella discarica, Maurizio ci dice che, questi sono costretti a pagare una sorta di tassa alle bande criminali per entrare dentro e poter prendere quello che si può ancora prendere tra i rifiuti, soprattutto cibo.

Lo stupore, l’emozione tra di noi è tanta di fronte a quel macabro spettacolo. “Benvenuti in Africa” sono le parole del prete Comboniano.

Siamo ormai nel pieno del campo, quasi a metà.

In questi giorni non possiamo pensare di cambiare le persone che abbiamo incontrato, o modificare il posto in cui siamo. Il vero cambiamento è dentro di noi, ora ma soprattutto al ritorno. Lo spirito del campo deve farci tornare con delle domande, con la giusta rabbia e motivazione. La ricerca di noi stessi parte da qui: dare il giusto senso alle cose e alla vita ripartono da queste esperienze e da quello che abbiamo visto e vissuto.

Eugenio

#tukopamoja

Alberta Vicario

1 Comment

  1. Paolo Guasco
    29 Dicembre 2019
    Rispondi

    Bellissimi racconti, che ci fanno rivivere le emozioni di Kariobangi. Siamo fieri di voi, di Maurizio e della Giacomogiacomo.

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