5 Gennaio – Ultimo giorno

Duecento giovanissimi cuori

dal vicino slum di Bangladesh, invadono gioiosamente l’ultima frenetica giornata dei muzungu che stanchi e affaticati (ma con uno spirito pieno e raggiante) si ritrovano in cerchio a condividere un’esperienza che volge al termine. Tra qualche colpo di tosse, qualche altro bisogno impellente (e persistente!), qualche lacrima che riempie gli sguardi, la piccola stanza nel dormitorio delle Sisters abbraccia le parole che sono il racconto di centinaia di passi per le baraccopoli di Nairobi dove vivono, e talvolta sopravvivono, milioni di bambini, giovani, adulti in condizioni miserabili, dove l’umanità è ridotta nel lezzo della spazzatura e delle fogne a cielo aperto. Luoghi dove la sofferenza si avverte come intensi brividi sulla pelle dei muzungu.

Kevin, dopo la lunga giornata di giochi, di sorrisi condivisi, di un’inattesa pausa felice dalla pesante realtà dello slum, spalanca i suoi occhi pieni di luce rivolgendoli verso un muzungu e da quella crepa filtra quello sguardo che mette in discussione ogni certezza… lo sguardo di un giovane adolescente che è conscio di ogni fatica giornaliera, lo sguardo che accompagna la partenza di una macchina “ferma tempo” che si spera possa funzionare anche in terra natia. Ognuno porta con sé un bagaglio chiuso in una valigia, qualcuno non riesce neppure a chiuderla. Ma la valigia di tutti è pronta ad essere riaperta nei propri luoghi di origine, pronta a sprigionarne esperienze, emozioni, abbracci, profumi e odori di quella che non può essere solo un’avventura tra due insensate parentesi ma deve essere un cammino continuativo provocato da quel modo di “alzare l’asticella” necessario, declinando il “testimoniare” e il “chiedere” in ogni futuro incontro. Ciascuno ha gusti semplicissimi ma ci si deve accontentare solo e sempre del meglio! E il meglio sarà dimostrabile nelle scelte di studi, di lavoro, di vita che si affronteranno e si potranno disegnare sul foglio bianco del grande quadernone della vita nelle prossime settimane. Il meglio sarà il “risveglio” da un sonno volontario dato da situazioni non sempre facili da affrontare da soli. La presenza di un gruppo rende la fatica di crescere e di scegliere più abbordabile, redarguisce dove ci sono inciampi, aiuta a risollevare la testa, a defaticare il cuore, a non scappare da situazioni difficili ma a camminarci dentro per uscirne con una rinnovata consapevolezza, così come fa chi nasce e cresce in luoghi miserabili come gli slum. La presenza nel gruppo di adulti ha fatto percepire quanto sia vero che i più giovani “camminino” più velocemente di chi ha più esperienza, ma anche quanto gli stessi adulti siano coloro che la strada la conoscono!

Lo slum di Bangladesh, negli anni, è diventato un piccolo paese conosciuto quasi nel profondo. Sono state coltivate e sono cresciute relazioni nuove, ciascuno ha portato ciò che ha sperimentato nei propri percorsi di vita, nelle proprie comunità cristiane e non. Ciascun “fortunato” che ha potuto sperimentare il bene, il vero e il bello, ha deciso di portarlo “anche” e non “solo” quaggiù, per comunicarlo ad ogni incontro, o almeno provarci. In un Paese in terra d’Africa con mille (e più) difficoltà, con centinaia di fatiche espresse e facilmente evidenziabili, si riscontrano anche segni di bellezza, segni di una bellezza che vuole farsi strada, il germoglio giusto in una di quella che viene dai più considerata una periferia del mondo.

L’attività intensa nello slum di Kariobangi (sia in aiuto alle Sorelle della Carità, sia presso la scuola di Saint Martin) è stato il piacere di sedersi al tavolo di un ristorante stellato con tanti amici, vecchi e nuovi, ma proprio per le caratteristiche tipiche di un ristorante del genere, non si era mai sazi… di tenere carezze, di semplici sorrisi, di presenza viva, di sguardi che provocano il bene, di incontri con la diversità disarmante e troppo spesso evitata, insultata dalla distanza dei pensieri di chi non sempre può comprendere…

Dove torni amica mia? E come si può spiegare il luogo di opulenza materiale a cui si è diretti? Quasi ci si vergogna della realtà in cui si vive e si cresce, del proprio benessere, dei propri nodi e problemi quotidiani; la semplicità del saluto dei più piccoli spiazza e rende inadeguata ogni risposta… è necessario il vivo ricordo del respiro nelle narici mantenendo l’equilibrio tra le impervie pozze dello slum, della luce degli occhi di ciascun incontro dentro e fuori la bollente lamiera delle case. Il ricordo di ciascun passo che ha calpestato la terra rossa e polverosa ricoperta di spazzatura di ogni genere, la memoria che resta nel pugno delle mani che hanno svolto ogni incarico utile. Il saluto dei cuori dello slum sottolinea che le cose migliori della vita sono davvero le più vicine e anche il verde prato, stracolmo di giovani vite sorridenti, davanti al dormitorio delle Sisters, chiede di aprirsi alla chiarezza, di abbracciare la semplicità dei piccoli, di cancellare ogni egoismo. La condivisione di questi giorni con i cuori dell’ombelico del mondo ci chiede di vedere tutto come se fosse il seme di qualcosa. Il darsi in verità è qualcosa che incide anche inconsapevolmente sulla vita degli altri, un solco lo lascia comunque.

Ciascuno però vive il momento del ritorno in maniera del tutto diversa. Si fanno i conti con le fatiche affrontate qui, si necessita di tempo per assimilare, si chiede silenzio e spazio. Le ossa di qualcuno sono frantumate ma nasce un desiderio di impegno futuro, per aiutare, aiutarsi… per progettare e riempire di novità positive il futuro, perché l’Africa non sia un alibi temporaneo. Nasce anche un desiderio di fede, di mettersi in gioco da un punto di vista personale perché “loro vivono di niente, ma si può sempre imparare!”.

Sulle terre lontane del continente nero, terre di un rosso vivo, il cielo irrompe con una profondità di un intenso azzurro che si confonde con le acque dei laghi popolati da temibili ippopotami, un cielo che sembra voglia piombare sulla testa dei muzungu anche con i suoi tramonti amaranto…  un cielo che ora li saluta.

La palla rossa del sole ora cala ai margini della savana con i bananeti in fiore ed è subito buio. La notte è di un nero profondo mentre le stelle si contano una ad una. Piace pensare, contemplando un’ultima volta il cielo d’Africa, che sia Dio attraverso questi colori, che stringe a sé, teneramente, le sofferenze, i disagi, le miserie senza ritegno di una terra dove l’umanità è distrutta nel degrado di tremende malattie, dove la bellezza è troppo spesso annientata e dove il bene è considerato come una teoria fuori dalla realtà e in cui il silenzio avvolge da settimane la connazionale Silvia, cooperante in Kenya, rapita e scomparsa nelle foreste. L’eco di gioia per la sua liberazione non è risuonato per le grandi valli ma 28 muzungu sono stati dove altri, come lei, cercano il bene per la gente d’Africa, cercando al contempo di cambiare se stessi, come autentici cercatori di felicità, pronti a coltivare un desiderio grande, disposti a prepararsi attraverso le proprie strade

L’ultima porzione di riso e chapati, l’ultimo rivolo di acqua dalla doccia mentre il matatu scalda i motori diretto all’aeroporto: il campo sta per iniziare, e non ci si vuol soffermare preoccupandosi dei sensi unici e dei sensi vietati, ma ci si mette semplicemente in cammino tuko pamoja!

Carlo Mangiafesta

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