Nairobi 2016/17: PILLOLE

Di seguito degli estratti dell’ultima condivisione fatta questa mattina. Sono pensieri estrapolati dal discorso e ad ognuno il suo capoverso. Abbiamo deciso che non devono avere sempre un senso. Per rispetto del ‘cerchio’ è tutto in forma anonima.

Esperienza qua a Nairobi, chiudiamo con ultima condivisione. Condivisione per me parola significativa perché spiega il concetto dell’esperienza. Qua abbiamo diviso con le donne i bagni, i letti; con il gruppo il pranzo, l’attività; con Fides e Laban e Wallace Julia Patroba ognuno di noi porta nel cuore mille nomi, e adesso in forma di preghiera condividiamo, non i pro e contro del campo, ma quello che il nostro cuore ha percepito, quali le nuove esperienze o le certezze consolidate, e di nuovo condividerle in modo fraterno. Inizio dicendo che per me è particolare. Ogni anno è diverso, perché le persone sono diverse. Quest’anno è stato entusiasmante sentirmi dire che si era pronti a prendersi un impegno diverso, che per me è esattamente quello che il campo significa, ossia prendersi una parte del campo sulle sue spalle.

Si torna a Roma pensando di tornare alla realtà, invece si torna rimanendo in un stile di vita che è quello che si mantiene qui. Quello che si impara qui va continuato a Roma. Vivere con spirito, senza dare niente per scontato, anche nel divertimento. Cercare di capire le mancanze delle persone che abbiamo vicine e fare qualcosa, banalmente anche solo volergli bene.

Sono molto serena, vado a casa molto tranquilla. So che anche nell’estrema necessità qualcuno a prendersi cura di loro c’è. Non voglio rassegnarmi alla sensazione di impotenza che questi luoghi suscitano, ma anzi voglio prenderne il coraggio e la forza che si respira.

“I poveri discriminano altri poveri” lo abbiamo visto. “Il mistero, l’esperienza del mistero è quello che si fa qui”. E’ molto importante accettare che il nostro Dio è quello delle persone sbagliate. Quindi è sempre più importante spendere soldi e venire qui e toccare con mano il mistero. Le relazioni due a due sono fondamentali, avere di fronte l’altro con tutto il suo essere, e questo devo fare quando torno: vedere ad occhi aperti le persone che ho di fronte.

Complimenti ai più grandi, non dev’essere facile destrutturizzarsi e affrontare questa esperienza. Io qui non ho paura. Non sento il peso del giudizio. Bello quanto difficile essere un elemento che “già ci è stato”. Qualcosa si è aperto.

Sono molto contento di aver condiviso tutto questo con voi. Avevo l’ansia ma mi avete aiutato ad aiutarmi. Vi ringrazio.

Ogni volta che torno mi sale lo sconforto, perché le cose non cambiano, anche se poi ti regala 15 minuti che non ci credi. Grande senso di contraddizione. L’elemosina mi fa stare male, perché è un fallimento. Il problema è la nostra sopraffazione. E’ facile essere prepotenti, invece quello che trovo qui è essere contenta del fatto di riuscire a stare nelle storie delle persone. Proposito: non vivere in modo semplicistico di sopraffazione, urlare, alzare la voce, dimostrazione; secondo me non serve, bisogna solo entrare nella storia delle persone. Imparare a fermarsi di più.

Sono venuto con il desiderio di cercare relazioni due a due. Prima di vivere l’amore, è importante raccontarselo. Riconoscerci uguali. La durezza dello scontro del racconto, e questo ne vale la pena.

A volte la parte più bella di noi stessi è la più vulnerabile, cosa che a Roma tendiamo a nascondere. A volte dare un esempio onesto è la cosa più difficile e utile da fare. Ho capito su cosa mi piacerebbe lavorare. Sono molto contenta di essere arrivata fino a questo punto.

Anche oggi arrivo a non capirci molto di quello che ho vissuto. Oggi ho bisogno di voi più che mai. Dalle persone assorbo e cerco di imparare quello che voi già  sapete. “Viviamo questa vita”, sprecarla sarebbe un delitto. E’ come se avessimo stilato tutti i buoni propositi del nuovo anno. Anche io qui non ho paura, non sento il peso del giudizio. Torno con più vita di prima.

Io mi considero di colore bianco. Non è un gran bel colore, ma lo considero come uno di quei dipinti impressionisti, dove il bianco non veniva usato, e per essere creato si usavano tutti i colori. Partendo avevo paura che del mio bianco non si vedessero i colori, e invece mi sono sentita da subito colorata. Non ho avuto paura di farmi avvicinare.”Possa tu crescere e essere giusto”. Vi dedico “Forever young di Bob Dylan”. (Dj Romolo la mette alla console, poi la toglie perchè la app non è quella giusta)

Pensavo che soltanto noi occidentali non ci rendessimo conto di quello che abbiamo, invece anche qua, nonostante la tanta miseria, ci se ne dimentica. Quindi imparo che bisogna sempre contestualizzare, e che il perfavore significa: mi sono affidato; mentre il grazie: mi hai fatto partecipe. Quindi vorrei augurarmi che la nostra vita sia all’insegna di questi due pilastri. Senza vergogna ma con orgoglio, dove nulla è dovuto o scontato. Ringrazio voi per avermi sopportato e vi chiedo perfavore di continuare a farlo.

Amo la gentilezza nelle persone. La dimensione artistica riesce a far esprimere sentimenti che altrimenti non riuscirebbero ad uscire. Ringrazio il campo perchè qua il Vangelo diventa vita. Qui il Signore veramente ci parla, almeno in confronto ad altri contesti, ma resta comunque una dimensione universale stupenda quella che riesce a darti. La vita non fa sconti, ti mette davanti quello che ti può capitare in qualsiasi momento. La dedizione di Paola mi ha dimostrato che ce la possiamo fare.

Parto dalla mia lettera motivazionale: perchè volevo venire qua. Motivo principale, voler fare la differenza, e credo di esserci riuscito sopratutto guardando voi, ognuno di voi. La forza di come ho agito, è stata anche data dalla vostra, qui in questo posto in queste situazioni. Non mi sono stupito, so com’è fatto il mondo. Poi un black down: sono qui e ora. Non è stato facile. Grazie poi ad alcune delle vostre condivisioni, alla visita a Kariobangi e alla prova di una grande dedizione, la quotidianità del mettersi in gioco (vedi BAN in mezzo al cerchio), sono tornato su. E’ stata tutta una ascesa, quindi grazie per aver fatto la differenza insieme. Mi ha colpito il paesaggio dell’Africa, e questo ha rafforzato la mia voglia di impegno e curiosità riguardo la mia scelta universitaria. Quanto siamo disposti a non pensare tornati a Roma. La nostra vita deve essere il campo. “Non devi guardare il sole, ma la luce che vedi”.

La funzione del grazie. Sembra quasi che loro non siano grati. Invece penso che mi piace il fatto che se gli dono qualcosa, lo prendono e basta. L’importanza delle parole: io parlo e voi ascoltate, non giudicate, non dite nulla. Mi chiedo allora quando capita nella vita normale, dove l’attenzione dura in media 8 secondi. Qui ed ora so di essere ascoltata. Ascoltare è importante, e questo viaggio te lo ricorda, o te lo fa scoprire. In silenzio, ci guardiamo. Mi sono affidata a voi e a tutti quelli che ho incontrato per la mia strada.

Dico ai più giovani che a differenza di quello che farete, questo rimane un campo di vita. Mi porto dentro la forza di capire come funziona il mondo. Qua c’è una cosa che si chiama giacomogiacomo, e non so se forse si è tanto capito. Mi porto dietro la necessità di rafforzare aspetti di gestione quotidiana dell’ associazione e del rapporto con i mondi che ci hanno anche permesso di fare questo. Sappiamo perchè la onlus si chiama così, invece a me “le gambe fanno giacomogiacomo”.

“Cari compagni di viaggio” così avevo iniziato, e invece poi ho buttato tutto e ho lasciato fluirmi. Ho un grande senso di nostalgia. Un’altra volta il mio cuore manda in cortocircuito il mio cervello, e ciò va bene perché mi ispira e quando sono ispirato sto bene. Vorrei fare una gigantografia di questo momento, assaporando e ricordandomi ogni molecola. Le vite si intrecciano senza un motivo, e qua sono stato felice di aver avuto il tempo di intrecciare la vostra storia con la mia. Perché ascoltando voi, imparo ad ascoltare me stesso. Ho capito che le persone cambiano ogni secondo. Troppo spesso non cogliamo quel particolare, che qua sembra palese. Non vorrei commuovermi perché dentro sono felice. Questa vita di Giacomo, sentita parallela alla nostra.

Per due settimane mi sono dovuta continuare a ripetere la parola “Africa”, come a convincermi che sono quì. Volevo partire ma avevo paura di quello che avrei provato, eppure partire era la cosa giusta da fare in quel momento. Non me la immaginavo così, poi loro mi hanno preso il cuore e diviso il mille pezzi. Una storia continua che parla di paura, di coraggio, ma sopratutto di Amore. Una parola sussurrata all’orecchio che ha trovato una pace, una pace che non mi aspettavo. Me la immagino come tanti colori rovesciati su uno sfondo bianco. Ringrazio anche un po’ me per averci provato ed essere uscita dalla mia bolla di sapone. Non so cosa succederà domani, ma so che domani è il primo giorno del resto della mi vita.

Ho più domande di quando sono partito. Emozioni difficili da poter razionalizzare, anche solo da chiudere in concetti. Ho capito che la bellezza è data dalle oasi di felicità che si trovano in questo deserto di degrado e desolazione. Per risolvere i problemi ci vogliono due elementi: la consapevolezza individuale, e la comunità collettiva. Ma comunità senza consapevolezza=pecore. Ssolo consapevolezza individuale=inutile. Vorrei imparare a trovare un equilibro. Ci siamo un po’ dimenticati cosa sia un sogno, confondendolo con l’aspirazione, e ciò mi colpisce. Ci hanno educato a non avere più sogni, ci hanno rimpiccioliti e fatto credere che siamo impotenti. Qua vieni smentito, o scopri la verità: insieme si può fare. Pensiamo a quale sia veramente il nostro sogno.

Perché torno? Perché ho bisogno di rincontrare le persone. C’è un rapporto sincero, autentico, cosa che in Italia non riesco ad avere con tutti. Penso anche a coloro che non ho rincontrato. Daje Felipe. Mi riporto dietro tutti gli uomini che ieri stavano lì mentre lavoravamo con le donne, fatti di colla, e forse un po’ li capisco, perché vivere qui è difficile, e lo penso quasi normale cascare nella droga. Mi riporto però anche Francis, daje Francis, lavoratore instancabile, anche sotto il sole, c’è stato bisogno che io mi imponessi e dicessi “basta, riposati”. Mi ha fatto capire che bisogna dare un valore diverso ai soldi. Mi riporto indietro l’ingiustizia di una vita troppo breve: “born and died 22.02.2013”.  Io ho bisogno di loro e di questo posto. Daje Fra.

Ho deciso di non tirarmi indietro. Nei momenti più pesanti ho deciso di restare, ho pensato di allontanarmi, però sono rimasto, ho visto, c’ero. Sono contento di essermi aperto, con i bambini, anche se ci vedono come fossimo delle celebrità. Secondo me però per poter comunicare con loro devi avere la giusta sensibilità, e se ti nascondi dietro un albero, poi nessuno ti viene a cercare. Bello condividere. Devo tornare per metabolizzare. Mi ritrovo più conosciuto. Si può credere e questo mi dà forza.

Mi affido in un cammino in cui credo. Continua questo cammino. Torno ad un lavoro che amo, con persone che cresco e mi fanno crescere. Torno con la consapevolezza di cosa significa abbracciare e farsi abbracciare. E’ una casa questa, l’accoglienza che ti viene data ti fa sentire a tuo agio. In ogni passo che faccio raccolgo i semi dei fiori e dei frutti, e li metto in tasca aspettando di seminare, anche come riserva per il futuro. To be continued…

Quest’anno vorrei poterti aiutare. Ci siamo noi. E adesso si parla di impegno, ci siamo noi. Perché scegliere solo trasportati dal secondo e non dal tutto? Il mio traguardo è essere qui e condividerlo con voi, perché voglio vivere nella trasparenza. A volte avrei voluto esplodere, e anzi torno a Roma con l’idea che adesso devo ragionare sul perché non sono esploso. Voglio che capiate come voi avete camminato da soli, avete preso in mano delle storie. Non ci sono sempre, ma ci siamo sempre. A volte mi sento responsabile, ma vi ringrazio per esservi fatti responsabilizzare. Spesso dare un esempio e prendersi cura delle cose è più difficile che mettersi a disposizione.

Rapporti alla pari, schiettezza per alcuni ragazzini: per me è esattamente questo. Sono contenta che quest’anno ci siamo soffermati ad ascoltare le ragazze madri, che sono abbandonate. Cronologicamente prima vengono le adolescenti, e ci siamo scambiate le nostre storie. Gioisco quando mi sento dire: “la mia priorità sono gli studi”. Anche con le famiglie è stato un percorso importante, sono forse un po’ più speranzosa. Mi domando il perché qui i miei fratelli si battono il petto, e tornarti alla quotidianità mi dicono “io preferisco camminare da solo”. Io ti vedo. Siamo tutti fratelli, e se non lo troviamo possibile nel nostro mondo dobbiamo trovare un modo per renderlo tale. La mia missione in questo momento è trovare una sistemazione al dolore, mio e degli altri. Vi invito ad essere forti. Questo è solo un pezzetto di un cammino.

Vi ringrazio perché è stato un campo particolare ed unito. Rivedo le persone perse in tutti i visi, anzi me le vado a cercare.

#TukoPamoja

Alberta Vicario

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