Tre giornate

Chissà se è successo anche a voi di aver ascoltato racconti e di non aver capito bene di cosa si parlasse fino al momento in cui avete fatto parte anche voi di quei racconti. Credo vi capiterà leggendo e vedendo queste tre giornate…

IMG-20151229-WA0004Uno sguardo è solo l’inizio della mia giornata. Michelle mi è corsa incontro con i suoi passi incerti e mi ha abbracciata con la buona tenerezza di chi ha imparato ad usare le braccia per farsi portare. Lei le sue gambe le può appoggiare poco poco… io con la mia caviglia dolente provo a farmi carico del suo piccolo bisogno momentaneo: cambiarsi la gonna sporca. Faccio del mio meglio e lei mi viene incontro: mentre le cambio la gonna prova a spiegarmi come mai le sue gambe “funzionano male”. Quella tenerezza che prova a sconfiggere il mio disagio mi torna indietro con il suo abbraccio di ringraziamento. Fatica e sorrisi. E si riparte. Ci uniamo agli altri e giochiamo in attesa del pranzo.
Solo ieri ero stata al servizio di Ruben, bambino paralizzato e non vedente, e proprio Michelle era già venuta a “soccorrermi” cantando vicino a noi, con la sua corona di palloncini sulla testa. Testardamente non riuscivo a distrarmi dal piccolo Ruben che non riusciva a mangiare bene e dal pensiero che non fossi proprio capace di fare nulla per lui. Beh, ancora Michelle, ancora la sua tenerezza, mi vincono! Prende la sua corona e me la mette in testa.
Questi sono i due angeli incontrati a Kariobangi, luogo di tristezza che diventa felicità. Felicità che è più forte dei miei timori, dei miei dubbi pre-partenza, delle mie abitudini “sbagliate”. Felicità che mi fa scoprire quanto vale davvero questa Michela che riscopro e conosco di nuovo qui.

Michela

Che ci faccio qui? Non sembra la migliore delle premesse. image
Ve lo dico: sono qui per entrare
in una casa in uno slum. Sono qui perché una madre mi aspettava dentro la sua casa dal tetto rotto. Sono qui perché non è inutile entrarci, come mi è venuto subito da pensare, ma perché questo luogo e il mio cuore avevano bisogno delle mie lacrime. In quella casa Anastasia riceve un nostro regalo… e non è capace di capire cosa farne… non è capace di capire cos’è un regalo… era una persona che riceve da un’amica lontana un “ti voglio bene” capendo solo l’assenza… quasi sperimentando per la prima volta un affetto, un amore semplice.
E poi ti capita di scoprire pian piano che la piccola baraccopoli di Bangladesh è una comunità, è una famiglia allargata che sa prendersi cura di chiunque abbia bisogno, affannosamente, con tutto ciò che possono. E scopro che la vita dura e difficile ti fa dimenticare dei pezzi per strada. Ti fa accogliere l’ennesimo orfano di famiglia in casa, se così si può chiamare, con lo stesso cibo, gli stessi soldi di prima. Ti fa compiere un gesto enorme… e ti fa amare meno di quanto vorresti.
Mi trovo di fronte a questi amori che sembrano minori, sembrano amori scaduti, amori senza amore. Sono amore. Punto.

Sarah

Alberta Vicario

5 Comments

  1. Giorgia Mariani
    31 Dicembre 2015
    Rispondi

    Che bello partecipare da quassù. Ma il prossimo anno voglio venire anch’io!!!

  2. Isabella
    31 Dicembre 2015
    Rispondi

    Grandissimiiiiiii! Non mollate! Un abbraccio a tutti

  3. Loredana
    30 Dicembre 2015
    Rispondi

    Bravi voi. E scrivete ancora.

  4. Diletta Di Benedetto
    30 Dicembre 2015
    Rispondi

    Continuerò a ringraziarvi all’infinito per quello che state facendo e mi state testimoniando!
    Leggo con commozione di Anastasia, degli angeli di Kariobanji, delle vostre sensazioni…
    E poi quante novità a Ongata, che bello vedervi, stanchi, felici (e qualcuno anche un bel po’ bruciato)

    Grazie!

  5. Romolo
    30 Dicembre 2015
    Rispondi

    Molto carino, siete belli e bravi, avanti tutta.

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