Irene ed io, Irene e Dio.

Irene ha 31 anni, 2 figli ed un volto che dice tutto.
Sieropositiva, il 16 dicembre è stata accoltellata al petto per motivi di gelosia dal suo compagno, che poi è fuggito ed ora è ricercato dalla polizia di Nairobi. Ha paura Irene, ha paura che lui ritorni e “completi il lavoro”.

Irene è una donna ferita, non solo fisicamente. Le cicatrici che porta dentro sono molto più profonde di quella che mi mostra sul suo seno sinistro, frutto di una azione scellerata.
Il suo sguardo è vivo ma offuscato dal dolore che sta vivendo, i suoi occhi sono intensi e profondi, ma sfuggenti al mio sguardo.
Mi accoglie, assieme a Laban e a Giovanni, nella sua umile dimora, una baracca in lamiera nello slum di Bangladesh: un letto, un divano, un grosso baule e, a terra, un fornetto a olio dove cucinare per i figli. La baracca sarà larga 5-6 mq e Irene paga anche un affitto al “proprietario” per vivere lì. 800 Scellini kenioti, circa 8 Euro. Una enormità a queste latitudini.
Mangia una sola volta al giorno Irene (la sera) e, se riesce, mette da parte un po’ della sua cena per far fare colazione la mattina seguente ai suoi due figli, che invece di solito mangiano due volte al giorno, grazie al fatto che la scuola che frequentano, distante 4 km e raggiunta ogni giorno a piedi dai due, è dotata di mensa.
I farmaci antivirali che prende 3 volte al giorno le stanno distruggendo lo stomaco, perché andrebbero presi a stomaco pieno e Irene lo stomaco lo riempe, se va bene, una volta al dì.
E’ una donna forte Irene, i suoi occhi dicono anche questo.
Sono occhi che hanno visto la ferocia della violenza dell’uomo sulla donna; sono occhi che vedono tutti i giorni il degrado e la povertà che la circonda, frutto dello “stupro” che il sistema capitalista commette ogni santo giorno su una gran parte della popolazione mondiale; sono occhi che, nonostante tutto, riescono a vedere anche un futuro. Irene vorrebbe aprire una propria attività commerciale nel campo della ristorazione, per dare un futuro dignitoso ai suoi ragazzi. Le servirebbero circa 150 euro, una enormità da queste parti, il costo di uno smartphone medio dalle nostre parti. Non sa come fare ma confida comunque nel futuro.

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Dopo circa due ore di conversazione con lei esco dalla sua casa. Sulla lamiera della baracca di fronte vedo la scritta “Emmanuel means God with us”, ovvero “Emanuele vuol dire Dio con noi”.
Di fronte a me una distesa di baracche diroccate e di sottofondo il vocio dei bimbi che intanto stanno giocando con gli altri volontari nella parte bassa dello slum, vicino al fiume.
Sebbene da fuori sembrino tutte uguali ed impersonali, le baracche di Bangladesh sono tutte diverse l’una dalle altre: ogni baracca è un’isola piena di vita, di colori, di emozioni, di sogni, di paure e di dolori. Ogni baracca è un mondo a sé.
Mi chiedo che mondo sia quello in cui vivo, quello che permette la distruzione di intere economie e di intere popolazioni, quello che permette che Irene possa vivere in quelle condizioni. Il sorriso di due bambini che escono da un vicoletto mi riporta subito alla realtà dello slum, fatto di bambini che sorridono nonostante tutto, nonostante tutti. Li abbraccio e mi dirigo con loro verso la parte bassa dello slum, per raggiungere gli altri.
C’è Irene a Bangladesh, ma come lei tante altre
C’è bellezza a Bangladesh, anche se non si vede.
C’è speranza a Bangladesh, anche se è difficile immaginarlo.
C’è Dio a Bangladesh,anche se a primo acchitto si potrebbe faticare a crederlo.
Anche perché se non è qui, adesso, con Irene, con Margret, con David, con Moses, con Purity, con Margie, con Micheal, con Samuel, con Ruth, con Eveline, con Eli e con tutti gli altri 900 abitanti di questa baraccopoli, dove altro potrebbe stare?

Marcello S.

Alberta Vicario

4 Comments

  1. Orietta
    3 Gennaio 2015
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    Sarebbe molto facile dire “i 150 dollari te li do io” è evidente che ci sono altre 900 Irene nello slum e altre centinaia di milioni di Irene nel mondo oggi, per non contare quelle di domani, ma quello che si sta costruendo con giacomogiacomo, grazie a Paola e grazie ai voi, è qualcosa che cerca di andare ancor più alla radice. Da un lato la scuola per i bambini di Nairobi e la possibilità di imparare un mestiere, dall’altra la consapevolezza l’indignazione la sym-patia dei ragazzi di Roma (e non solo) che speriamo si traduca in impegno concreto non solo nell’oggi (campi, fund raising, riunioni, ecc) ma soprattutto nelle vostre scelte sul vostro domani.
    Nel l’incendio della foresta, se è questa la favola che menzionavate il primo giorno, speriamo che ci siano tanti uccellini a fare la propria parte con l’acqua nel becco e a educare il leone a fare altrettanto.
    Per questo noi tutti sostenitori siamo felici che voi siate li, vi appoggiamo e non vediamo l’ora di ascoltare dal vivo i vostri racconti e, se vorrete, le vostre emozioni.

    Orietta

  2. Cristiana Fabretti
    3 Gennaio 2015
    Rispondi

    I vostri racconti mi tengono compagnia, spero di conoscervi presto!

  3. Maria V.
    2 Gennaio 2015
    Rispondi

    Ho mostrato a mio figlio, 9 anni, alcune delle vostre foto. Volevo che capisse come noi del “mondo dei ricchi” allontaniamo il pensiero della poverta’. Volevo che capisse che non tutto il mondo é l’occidente. Quando lui ha visto le foto mi ha detto: “Pensavo peggio!”. Io, alquanto contrariata, gli ho risposto: “Scusa, ma non vedi le foto? Non vedi la loro povertà?”. E lui: “Sì, certo che la vedo. Ma dai tuoi racconti, io mi aspettavo di vedere persone molto tristi e invece questi bimbi mi sembrano felici”. Allora ho capito che lui ha visto nelle foto quel “nonostante tutto” di cui parli tu, ha visto Dio accanto a loro….quel Dio che alle nostre latitudini vediamo un po’ più appannato. GRAZIE perché ci rendete partecipi e ci fate conoscere un po’ di più di queste realtà. Grazie Grazie Grazie

  4. Fiorenza
    2 Gennaio 2015
    Rispondi

    Ciao ragazzi. Assisto mamma in ospedale. Appena possibile, inizio a leggere il racconto della vostra giornata, bastano poche righe x essere li con voi . Il vostro racconto è la mia terapia. Grazie di cuore.

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